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Autoritratti |
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Di Christian Hess sono noti, finora, soltanto una dozzina di autoritratti creati nell’arco di
sedici anni. Le opere superstiti che vengono qui illustrate, vanno dal
1920, anno in cui il pittore apre il suo primo studio a Monaco di
Baviera, Theresienstrasse 75, fino al
1937
quando lascia il suo esilio siciliano in cerca di un nuovo rifugio in
Svizzera. Già nei primi anni degli
studi accademici il pittore sente la necessità di interrogare il proprio inconscio
e lo fa in maniera così severa da mostrarsi in marrone scuro,
incravattato e tutto abbottonato, il viso smunto e corrucciato e
con le mani che pendono in avanti, quasi stanche, sotto l’allegorico peso dei
pennelli. Nell’autoritratto a lapis del 1921 l’immagine della sua
personalità interiore appare serena, anche se un po’ pensosa, lo sguardo
verso il futuro è limpido.
Lo ritroviamo, sempre a Monaco, nel dipinto ad olio del 1924 senza
giacca, ma in panciotto, la faccia ancora seriosa, e nel
disegno di Vienna del 1925, in camicia e cravatta, l’espressione più
sciolta.
Spogliandosi man mano dei
suoi paludamenti Hess ritrova fiducia in sé stesso, tanto che
nell’autoritratto del 1927, sul cui sfondo occhieggiano alcune sue opere,
abbandona del tutto
Proprio in quegli anni,
in una lettera alla sorella Emma, Hess confida che a volte usa
indossare cappelli e sciarpe di varia foggia perché lo diverte vedere le
reazioni della gente che lo scambia per straniero.
E’ da considerare come spartiacque l’autoritratto a 33 anni, carboncino su carta paglia eseguito a Messina nel giorno del suo compleanno, il 24 dicembre 1928. Questo stesso tema Hess riprenderà l’anno dopo a Monaco di Baviera dipingendo su tela una versione che possiamo definire “rinascimentale” per via del diverso colletto non più a due punte, ma merlettato. Identica l'impostazione introspettiva, ma il significato è diverso, in quanto Hess si rispecchia, ora, nella rigogliosa fioritura della sua attività artistica, che lo trova animatore dell’Unione Juryfreie (il gruppo dei “senza giuria"), sempre più presente alle mostre collettive e soprattutto all’attenzione della critica e della prestigiosa rivista culturale monacense “Jugend” che nel giro di un anno riserva due volte l’onore della copertina ai suoi quadri. Purtroppo l’ autoritratto “rinascimentale”del 1929 rimase relegato nel dimenticatoio in seguito agli inquietanti segnali dell’ostracismo politico nei confronti dei giovani pittori monacensi non allineati col regime: l’incendio, nel 1931, del Glaspalast dove si tenevano le mostre dei “senza giuria” e il successivo scioglimento della “Juryfreie” decretato dal nazismo che considerava l’Unione di ispirazione culturale bolscevica. L'ironia sull'influenza
Qui Hess si ritrae
mentre è confinato a casa con l’influenza che
ironicamente effigia come una morte incombente,
criticando in una spiritosa filastrocca gli amici che non
vanno a trovarlo per paura di rimanere contagiati e
lodando il buon vino quale migliore rimedio al posto
delle medicine.
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Immedesimazione nel popolo siciliano |
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In uno dei momenti lieti del periodo siciliano Hess dimostra di gradire i sapori del mare,
il buon vino e i frutti della
terra.
Convincente
l’espressione compiaciuta dell’autoritratto con in mano
il pesce palombo. Il piccolo squalo, tipico dello Stretto, ha le
pinne aperte come un cravattino di gala.
Nell'autoritratto
sulla barca (Messina 1933) dove lo vediamo ai remi con un’altra figura
umana, Hess esprime il proprio sentimento in rapporto al tema
raffigurato sulla tela,
si identifica nella
gente dell’isola che durante il suo esilio lo accoglie con la
tradizionale ospitalità e amicizia e che egli dà prova di amare.
A questo riguardo il critico d'arte Marcello Venturoli,
nel saggio pubblicato sul Catalogo della Mostra della Riscoperta
(Palermo 1974) scrive: |
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Sigarette e vino per vincere l'angoscia
Questi due autoritratti segnano il turbamento di Hess che si
abbandona allo stordimento del fumo e dell’alcol dopo l’ improvvisa
partenza della moglie Cecile, che non sa adattarsi a vivere in
Sicilia e preferisce tornarsene a Zurigo. A nulla, quindi, è servito
sposarsi e trapiantarsi in Sicilia portandosi dietro ogni cosa. Il
pittore svela qui tutta la sua intima delusione e il bisogno di
annebbiarsi.
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