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Chi ruba le colombe di Hess? 

Emilio Argiroffi

 
Roma, 31 marzo 1983
 

Ciò che maggiormente colpisce nella mostra antologica che la Galleria Artmessage propone a Roma di Christian Hess credo possa identificarsi, oltre che nel clima magico dal quale le opere sono accompagnate nonostante il loro apparente realismo, è la sorprendente intuizione storica che in esse è ravvisabile. Ciò va detto in relazione al presagio che Hess testimonia con tempestività, di quello che sarebbe stato il destino dell'Europa del suo tempo.

Non credo si possa accettare l'idea riduttiva secondo la quale, in qualche modo, la pittura di Hess racconterebbe ancora una volta che la Sicilia è lì, con il suo sole, i suoi fichidindia, il mare, il candore abbagliante e incorrotto della sua sensualità panica, la molteplicità ardente e geografica dei suoi desideri pagani.

Certamente, in Hess si coglie la serie fascinosa di questi dati. Avanzare tuttavia un esegesi sommaria secondo un'enumerazione così proposta rischia una genericità posticcia ed epidermica. Il problema è qui di ravvisare negli elementi descrittivi isolani il materiale plastico esistente, con le sue mitologie antiche e incancellabili, e però di assumerlo come alfabeto descrittivo e variamente componibile, per la sola ispezione che si può tentare in direzione di un autore tanto allusivo.

Hess offre intanto la sensazione immediata e quasi terribile di un’anticipazione medianica relativamente a una serie di momenti sperimentali della pittura e dei linguaggi con i quali negli anni del primo dopoguerra si espresse la decifrazione della libertà e si creò la storia della democrazia. Intorno agli anni ‘20, il pittore decide di abbandonar le brumose pianure anseatiche e di trasferire la sua esistenza in Sicilia, dove una sua sorella si era già sposata.

In realtà, però, sarebbe assurdo negare o non accorgersi che al di là della commossa identificazione dei temi e degli
oggetti nei quali si privilegia la scrittura dell’autore, non vada soprattutto ricercata, proprio in una più corretta operazione epistemologica, l’ascendenza misteriosa e diversa dell’ “homo germanicus” che ha adottato una natura nella quale fu per lui impossibile calare e strutturare la propria psicologia e che dunque assume costantemente ai suoi occhi il significato di un caleidoscopio stupefacente.

Certo, la sua montagna sarà più precisamente connotata e raccontata da Guttuso, ma il maestro siciliano ha inteso soprattutto narrare, anch’egli - dall’interno della propria esistenzialità - la terra della quale è impastato. Hess, viceversa, rimane rinchiuso nel proprio incantamento solitario e la sua partecipazione passionale e.stupita alla vita della Sicilia non gli consente mai di tradire gli afflati nordici che egli ritrova in se stesso, quando riguarda, come fa negli autoritratti, i propri occhi smarriti o la trepidazione di un sorriso appena accennato.

Isolato, dunque, e doppiamente straniero, in una Sicilia anch'essa doppiamente soggiogata: da un fascismo imperante e retorico assolutamente alieno e chiuso ad ogni sollecitazione e a qualsiasi eco di rinnovamento potesse giungere, da parte di chi intanto proponeva nell'Europa invasa dall'angoscia dei due decenni che contrassegnavano il distacco della prima dalla seconda guerra mondiale segni e simboli di un mondo che stava per esplodere apocalitticamente e di una fenice storica che si preparava a rinascere dalle proprie ceneri.

Le piccole bottiglie di Morandi, negli stessì anni ai quali con Hess si fa riferimento, schivo e taciturno come egli fu, invitano gli uomini a ripensare nel proprio interno vitale ai valori del quotidiano, a ritrovarvi i messaggi della fratellanza umana, della tenerezza e dell'intelligenza dell'uomo. Ciò accade contro le sfarzose e ridondanti parate del regime che vengono silenziosamente rigettate ed escluse dall'intelligenza che pur segretamente opera in un'Italia esclusa dalla cerniera dell'ottusità e della violenza.

Ma il secondo elemento testimoniale in questa solitudine che oggi soltanto si comincia sorprendentemente a ravvisare in Christian Hess, è quello di far coincidere con questi fattori gli elementi sto riti di anticipazione espressiva e ideologica, e ancor più tenacemente segnati e significanti nel destino toccato alla Sicilia di essere emarginata dallo stesso contesto della società nazionale. Le persone delle quali Hess offre il suo incantevole eppur enigmatico racconto visivo parlano certamente questo tipo di linguaggio, il quale richiede il presagio di sé e della morte che può ritrovarsi totale nell’autoritratto.

Chi ruba le colombe di Christian Hess, nella commovente metafora del “Carabiniere e del ladro”, entrambi colti con la sorpresa e con la pena di non essersi saputi riconoscere per ciò che essi sono, nella reciprocità di un messaggio intimo di trepidazione mediato dalle colombe bianche e tuttavia sopraffatti dallo stupido contrappunto che è stato sopra di essi grettamente rovesciato: da una parte il carabiniere e dall'altra il ladro. Ma essi hanno gli stessi dolci e tristi occhi, e gli occhi dei siciliani che Christian ha conosciuto e ha riconosciuto sono ancora quelli: la “Ragazza con melagrana”, il “Ragazzo con sigaretta”, la “Ragazza tra i papaveri”, “Antonia e velieri”, il “Giocatore di scacchi”, la “Donna con cappello nero”, ma soprattutto l'aria di complice intesa nell'abbandono allusivo dei “Pescatori di Taormina”.

La Sicilia viene dunque fuori non solo attraverso i colori che pure Hess ha vastamente descritti, bensì nella penetrante omogeneità psicologica che ne descrive gli abitanti. Per quanto riguarda la tecnica che più specificamente esprime la personalità storica di Christian Hess, va indubbiamente assegnato alle “Bagnanti sul lago” del 1924 il ruolo davvero singolare, per un’opera che si ha motivo di ritenere pensata e attuata con casualità e rapidità, di chiave interpretativa e intensa dell'identità pittorico-culturale dell'autore.

Non v'è dubbio che suggestioni naturalistiche e impressionistiche hanno agito sia pure da lontano sulla mano di Hess, e va detto che non è difficile identificare le proiezioni paraboliche di tali richiami, nei vari momenti che segnano la storia di questo singolare autore. E però bisogna avanzare la massima attenzione nel giudicare troppo frettolosamente alcune di queste indicazioni suggestive, coscientemente adottate del resto, poichè ciò che più stupisce in tale fatto è, a mio parere, la capacità che egli ha avuto di rendersi conto di una cosa certamente importante della quale la grande parte dei nostri pittori del periodo fascista non tenne conto: il fatto cioè che era ben al di là dell'apparenza che bisognava compiere il tentativo di ricercare la motivazione più profonda dell'essere e dei comportamenti umani, e che tale avventura si consumava all'interno dello spazio fisico nel quale l'individuo agiva e in relazione al tempo che dalla sorte gli era stato assegnato.

Le deformazioni fisiche di Picasso costituivano dunque tutt'altro che un capriccio di ardua decifrazione, e Modigliani avanzava come un'inquietante pietra di paragone della condizione individuale. La bellezza assumeva toni e linee diverse, ben lontane da quelle che la convenzione ripetitiva e le rimasticature della cattiva letteratura di regime pretendevano di imporre. Il tardo '800 era costretto a umilianti confessioni.

Le “Bagnanti sul lago” prorompevano con la loro carica di sensualità indistinta come un fiume tenero e avvolgente di colore e di desiderio, e la Sicilia poteva dunque ravvisarsi, anche se altrove pensata con maggior compiutezza, nelle motivazioni e nelle chiavi che avevano suggerito quell'opera, e che poteva successivamente ritrovarsi nell' “Asinello e fichidindia” del 1925. Anche a proposito di quest'ultima opera, è da escludere che in qualche modo possa considerarsi una presenza pittorica analogica ai linguaggi guttusiani, sollecitati da ben diversi intendimenti di colore e di spessore antropologico, e suscitati da un diverso timbro di pensiero. Qui i toni sono abbacinati da un sole bianco e bruciante, ed Hess ci racconta esattamente come un uomo del nord può trasferire la mistica tedesca senza variarne l'intensità suggestiva in una realtà ben lontana da quella nella quale egli aveva costruito la propria cultura, costretto come lì era stato ad assurde rimozioni.

Ancora, il racconto continua negli “Uliveti” messinesi del 1927 le “Agavi” e le donne bianche che egli cattura come spettri di uno stato umano lontano ed impenetrabile, ombra di persone non conoscibili che abitano in balconi protetti da gelosie. di stoffa e da cactus pietrificati. E intanto le donne dello Stretto guardano dalla finestra “Don Giovanni d'Austria” e l'Annunziata dei Catalani, mentre l' “Indovino” dell'anno '33 troneggia nella grande tela con i magici oggetti del suo rituale etnico: il carretto siciliano, le melanzane, il cesto di vimini, ancora le colombe bianche, la pipa, la coppola, la tromba, la gabbia col pappagallino sapiente, le bandierine, e la folla accorsa dal litorale per ascoltare la predizione del mago povero: uomini e donne identici ai santi e agli angeli di cartapesta venerati nelle chiesine di Taormina o del Tindari.

 E' dunque il poeta dell'attesa che canta e vaticina attraverso i quadri di Hess, il poeta della fata Morgana, che attraverso la struttura della quale egli si serve per comporre la sua canzone, guarda come un cantastorie siciliano venuto da lontano a un futuro che incombe, smascherando negli occhi della “Baronessa con la veletta” e nella sua bocca sprezzante il microcosmo dell'intolleranza, e invitando subito all'amore e alla pazienza gli uomini di un tempo e di un paese nel quale egli si sente straniero eppur fratello, come era accaduto prima che a lui ai grandi tedeschi che lo avevano preceduto.

Emilio Argiroffi