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Avanguardia e tradizione
1929 : La polemica alla Juryfreie Kunstchau

Claudia Gian Ferrari
 

Le mostre organizzate all'estero dal gruppo del Novecento con l'appoggio della galleria Milano e sotto l'egida di Margherita Sarfatti, si proponevano la divulgazione e la promozione dell'arte italiana contemporanea nel mondo. E bisogna dire che l'elenco delle città dove queste mostre sono state allestite fra il 1927 e il 1930, è senza dubbio ricco e notevole per l'importanza delle sedi prescelte. Da Zurigo a Parigi, da Amsterdam a Budapest, da Buenos Aires e New York a Berlino, esposizioni che presentavano la nuova immagine dell'arte nostra venivano organizzate con il supporto di cataloghi illustrati e introdotti da saggi critici quasi sempre della stessa Sarfatti.
Carrà è spesso presente. Anche a Berlino. La mostra, inaugurata nel settembre del 1929, è coordinata da Gabriele Mucchi, un artista più giovane rispetto al gruppo novecentesco (nasce nel 1899), e che, vivendo in quella città, era riuscito a creare i contatti necessari per la presentazione di quanto di meglio e di più innovativo si stava facendo in Italia. Il progetto prevedeva una mostra alla Juryfreie Kunstchau con una presenza mista di artisti tedeschi e italiani. Per la parte italiana verrà praticamente esposto il gruppo di artisti e di opere che il Novecento aveva inviato alla galleria Mos di Ginevra, con l'aggiunta dello stesso Mucchi.

Dai documenti presenti nell'Archivio del Novecento emerge una polemica nata in seno a questa esposizione, a mio avviso estremamente interessante come punto di partenza per una verifica della scelta estetica e teoretica di Carrà. E' lo stesso Mucchi che ci informa attraverso una lunga e dettagliata lettera a Salietti, segretario del gruppo, di quanto provocatoriamente era avvenuto in quelle sale.
Come si è detto la mostra ospitava un certo numero di artisti tedeschi di avanguardia riunito sotto il nome di November Gruppe. La coincidenza espositiva con il gruppo del Novecento aveva innescato delle dialettiche e dei contrasti di tipo ideologico e politico. Quando gli artisti tedeschi videro nelle sale dei colleghi italiani i quadri novecentisti di Carrà (pacati paesaggi e domestiche nature morte), chiesero in prestito a un collezionista berlinese il suo dipinto futurista I funerali dell'anarchico Galli, e Rivoluzione di Luigi Russolo, per esporli a fianco di una Ballerina futurista di Severini, che già era stata prevista per la mostra vicino alle loro stesse opere. Un giornale il "Berliner Horgan" scriveva polemicamente: L'Italia sta ferma nel passato, il November Gruppe è in movimento.
L'affermazione così semplice e tagliente, apparentemente accettabile, rappresenta tuttavia una lettura molto parziale e perciò stesso fortemente deviata rispetto a quanto Carrà, e non solo Carrà, ma tutto il gruppo del Novecento, stavano sperimentando e ricercando in una linea che non solo recuperava la grande tradizione classica italiana, ma portava avanti il testimone sulla base delle esperienze attraversate e profondamente vissute dal primo decennio del secolo in poi. Dapprima la straordinaria avventura futurista, che aveva posto il movimento e lo spazio, i piani e la velocità quali punti di forza della composizione, e affidato all'artista un impegno etico all'interno del proprio ruolo, poi la stagione metafisica che isolava emozioni e narrazioni astraendole dal reale contesto, e infine, dopo la profonda frattura della guerra, "Valori plastici", una teoria che attraverso la ricerca delle proprie radici culturali nel grande passato, da Giotto a Paolo Uccello, tentava una prassi nella ricostruzione culturale e formale, ricomponendo le linee, e acquietando le tensioni, che culturalmente avevano avallato lo scempio provocato dalla più terribile e violenta delle guerre della storia.
Si potrebbe rispondere alla polemica del November Gruppe con queste parole di Carrà: "Mutare una direzione in arte non significa rinnegare tutto il passato, bensì allargarlo fino a compenentrarlo con un altro concetto estetico. Scoprire nuovi rapporti ignoti, aprir meglio gli occhi per comprendere una somma maggiore di realtà". Ma è forse una risposta banale, anche se assolutamente condivisibile. Più semplicemente i movimenti d'avanguardia sono tali perché in quel momento storico, e solo in quello, stravolgono i dettati e le norme. Quando l'avanguardia si perpetua diventa accademia, senza nessuna capacità di stimolo rivoluzionario.
Mentre se una caratteristica è riscontrabile nella figura di artista di Carrà è davvero la costante e conseguente capacità di proporsi e riproporsi, di mettersi in discussione continuamente, mai pago dei risultati raggiunti, con una capacità dialettica più da intellettuale che da artefice della pittura.
Spesso nei suoi scritti egli si definisce uno 'sperimentatore'. Con in più una speciale

abitudine alla critica, svolta con continuità sul quotidiano l'"Ambrosiano", abitudine anche mentale che lo spinse a porsi di fronte agli avvenimenti artistici e culturali sempre con una posizione di analisi critica e propositiva, partecipando al dibattito, a volte anche infuocato, con acume, attenzione e originalità di idee.
In effetti non è possibile analizzare l'opera pittorica di Carrà senza considerare il ponderoso corpus degli scritti critici e teorici, che costituiscono un punto di riferimento estremamente significativo, non soltanto per una lettura specifica del suo iter artistico, ma anche per comprendere il vivace contesto culturale cui partecipa.
Scrive nel 1943 in un articolo dove rilegge il percorso della ricerca visiva degli ultimi vent'anni: "Coi "Valori plastici" può dirsi si chiuda un periodo della vita artistica italiana e se ne apra un altro, destinato a sfociare in raffigurazioni meno ermetiche, ma non per questo meno importanti per gli sviluppi della nuova arte italiana. Dopo l'esperienza metafisica si trattava infatti di prendere esatta coscienza delle nuove aspirazioni il cui principio fondamentale era di un cordiale ritorno alla natura, onde stabilire il rapporto che il contatto con le cose fa sorgere nell'animo dell'artista.
Questo era il nuovo problema che ci impegnava e che doveva essere affrontato e risolto. Prescindere era impossibile, poiché solamente con la sua risoluzione si potevano riconoscere e giustificare i termini di correlazione che, per la loro coerenza, andavano determinati in ritmi di forma e colore, in costruzioni armoniche spaziali, tenendo altresì conto di certe esigenze stilistiche giudicate essenziali alla vitalità del quadro. Da ciò consegue che non consideriamo l'arte come passiva contemplazione, né consideriamo la pittura come riproduzione passiva dei fenomeni fisici, o come estetismo archeologico o falsa letteratura. La pittura è, insomma, sintesi armonica di sentimenti reali, e fare arte vuol dire attuare in forme stabili le variazioni essenziali della vita."

E' questa un'analisi che, se pur fatta a ritroso, si caratterizza per una forma precisa e, se mai in dottrina possa esserci un punto fermo, chiara e definita.
Carrà aveva attraversato questo difficile ma dinamico periodo della nostra storia e della nostra cultura con un'ossessione: il raggiungimento dell'unità fra il concetto di tradizione e quello di modernità. Due poli questi sempre in opposizione, a volte dialettica, a volte fortemente polemica, ma mai fondibili in un unico contesto, perché, come l'acqua e l'olio, tendevano sempre a separarsi. La sfida di Carrà, affrontata negli scritti teoreticamente e sulla tela caparbiamente messa in pratica, sta nell'obiettivo di fondere questa antitesi, superando le vecchie teorie che portavano all'annullamento di uno dei due fattori. Sono i due termini come parti opposte della stessa sfera, che come lo yn e lo yan dialetticamente si dinamicizzano proprio nelle interne opposte tensioni.
Il concetto di tradizione ha in sé dei rischi interpretativi che possono far scivolare nell'equazione con l'accademia, morte di ogni creatività. Perciò l'artista che con la tradizione vuole fare i conti, deve da questa saper recuperare la grande lezione classica, immettendola nel contesto dei raggiungimenti compositivi e formali che le nuove teorie e le nuove esperienze hanno prodotto.
Anche nel soggetto e nella tematica affrontata sulla tela Carrà si pone l'obiettivo di tale fusione di elementi dialettici. Il soggetto può essere effettivamente il primo punto di partenza delle teorie analizzate nei suoi scritti.
Fra questi, il ritorno alla natura, e in particolare la pittura di paesaggio, che segna gli anni Venti di Carrà, non si pone come un puro rifacimento della realtà, ma come uno stato psicologico di profonda immedesimazione con la realtà. Scrive: "Il sole tramontante proietta sul paesaggio lunghi fasci di luce. I campi sono illuminati da questa rivelazione di luce, che qua e là si spegne, conferendo al paesaggio una sensazione del divino. Sotto questa sensazione del divino prendo i pennelli e dipingo il paesaggio che mi sta solenne davanti." Si aggiunge pertanto alla lettura della realtà in senso immanente anche una visione etica del ruolo dell'artista: "Riconoscere l'importanza di tale problema non deve significare misconoscere i valori autonomi dell'arte, né si deve fare questione di soggetti, poiché appare evidente che chi dà preminenza ai simboli rappresentati non intenderà mai l'arte nei suoi veri valori che sono i valori stlistici, senza i quali è vano parlare di alta e umana spiritualità...
Sobrietà, sodezza, gravità plastica sono dati da cui sboccia l'eticità dell'opera d'arte." Ben diversa tale concezione etica dell'arte, rispetto all'etica interventista dei futuristi, colpevoli di aver giocato un ruolo fondamentale di trainamento nell'entrata in guerra, in quella guerra che si era dimostrata un baratro per la nazione e per le coscienze.
Un altro concetto che permea il rinnovamento formale e stilistico di Carrà in senso moderno è il concetto di primordiale, che pone in antitesi con primitivo. Scrive: "La ricerca delle forme primordiali, del senso primo delle cose, è la ricerca dell'espressione che tende all'immagine mitica, alla forma portata alla radice e alla sublimazione." E' sempre sul filo del rasoio in termini concettuali quando affronta i punti del classicismo e del rinnovamento, ribaltandone nell'interpretazione, con acume e gioco ideologico, tutte le più facili e scontate letture.
E in effetti per lui e per tutto il gruppo degli artisti del Novecento, la ricostruzione della forma, l'indagine dell'oggetto e del soggetto, il rintracciare le radici classiche del linguaggio pittorico, non vengono affrontate come semplice recupero, ma piuttosto come innovamento, cioè come un innesto di nuova e rivoluzionaria linfa sul vecchio tronco della tradizione classica.
Ma e gli artisti del November gruppe consideravano le opere di Carrà, e non solo le sue, esposte a Berlino involutive rispetto a quanto il futurismo, attraverso i medesimi artisti, aveva prodotto, bisogna peraltro aggiungere che loro stessi, fra i quali vi erano anche Grosz e Dix, indirizzavano le loro ricerche artistiche verso il recupero della forma e verso l'adesione, spesso critica, alla realtà.